Maori by night 5

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Vabbè si trattava di sabato notte

Torno a casa alle ore 05,00 del mattino dopo essermi addormentato al pub sotto casa. La cameriera che mi viene a svegliare mi sorride e mi dice: “Eh ti capisco, anche noi lavoriamo fino a tardi come te.” Io la guardo con lo sguardo metafisico di chi si sveglia la mattina guardando un soffitto che non riconosce e ha l’espressione di Galileo che vede gli anelli di Saturno per la prima volta. Unica differenza è che avevo una patatina in fronte. Non esattamente il tipo di patatina che alle 5 di mattina è auspicabile avere nel piatto. Riprendiamo. Dal pub a casa mia c’è solo via XX da superare. E non in lunghezza, ma in larghezza. Poteva essere fatto. Io lo sapevo. Quindi mi posiziono a bordo strada. E’ che, se credi in te stesso, qualsiasi obiettivo è raggiungibile. Anche il portone del tuo palazzo. Se sei motivato. E io lo ero. Ero carico come un giocatore maori degli All black. Danzavo accovacciato battendomi il petto ed emettendo suoni gutturali che spaventavano i merli e le loro signore, le merle, che cacciavano lombrichi nelle aiuole. Finché all’apice della danza, spicco il balzo e affronto la lunga striscia nera che voi bianchi chiamate asfalto. In quel momento Giovanni M., non ho avuto il tempo di approfondire l’amicizia quindi il cognome non lo so, che presumo fosse partito dal km 11.250 della Trionfale per recarsi al lavoro al km 27,808 della Tiburtina con il suo furgoncino di salumi e formaggi incrocia il mio balzo con tempismo perfetto al centro della carreggiata. Ed ecco che il tempo si ferma. Io guardo Giovanni M. negli occhi spalancati e fissi. Lui guarda il maori con l’occhio fisso e appallato ugualmente. Io sono sospeso a mezz’aria. Lui è incazzato come una iena, ma per motivi di copione anche lui è fermo come in Matrix. Solo la sua bocca si muove e da essa proferisce una frase che squarcia la poesia dell’albeggiare. E la frase è: “Mavvancuullooooooooooooooo…” poi tutto si rimette in movimento. Io atterro, lui passa sfiorandomi per poi fermarsi con un sonoro screeeek di stridere di copertoni sull’asfalto. Io mi volto e faccio un inchino scusandomi. Lui: “Se… se… vabbè!..”, e poi riparte scuotendo la testa. Un’antica usanza dei portasalumi e formaggi. Sono così davanti al mio cancello condominiale in ferro battuto di inizio novecento. Noto i particolari delle decorazioni e decido immediatamente che oggi non si fanno più i cancelli di una volta.

Poi vado a letto.

‘notte.

CERTE STORIE
di Riccardo Loffredo